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La Narratologia, e la Scrittura Creativa
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C'era una volta, in un regno lontano nel tempo e nello spazio ...

Agli albori del secolo scorso, oltre quello sconfinato luccichio dell’oceano Atlantico, in un stato americano dal profondo e scaramantico passato, all’ombra di fitte boscaglie tra il Missouri e il Mississippi, nasceva una piccola scuola di fanfaroni perdigiorno di cui si diceva tanto male quanto bene.
Sdegnati dagli accademici ma onorati dalle signore di buone abitudini e dai fanciulli di belle speranze, gli austeri professori avrebbero presto ottenuto un giusto scalpello nelle petrose lapidi del tempo, e sarebbero diventati nomi di ferro nel marmo candido della memoria d’ognuno.
Ma non ancora.
Non ancora in quel tempo e in quel luogo.

“Un esperto è un uomo che ha smesso di pensare. Perché dovrebbe pensare? É un esperto”

– Frank Lloyd Wright.

Si chiacchierava di scrittura, di sceneggiatura, di letteratura, di storia, di libri e di storie. Era ancora il 1936 e già, nello Iowa, si parlava di come sarebbero dovuti essere scritti racconti e romanzi, tanto che s’era pensato di separare l’insegnamento della Buona Scrittura dalle solite lezioni letterarie dei corsi universitari per farne università a sé.
Nasceva quella dottrina che non molto tempo dopo si sarebbe chiamata “Scrittura Creativa“; quella stessa dottrina che, tra i fumi ciarlatani del tempo, avrebbe confuso il suo nome con la “Narratologia“.

Alcuni scrittori immortali come

Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Francis S. Fitzgerald, Ernest Hemingway, Raymond Carver, Howard Hawks, Robert Coover, Joyce Carol Oates, Jonathan S. Foer, John Irving, Michael Chabon, Richard Ford e Ian McEwan ne sono stati fautori, autori, insegnanti, inventori, pionieri, prostitute e profanatori.
Beati nelle lodi dell’arte, infami tra le quinte del lusso, sedicenti penne, altisonanti carte, dubbiose parole spezzate in tentativi ardimentosi – ma nel tempo fortunati – d’uno stile o d’un rinnovamento oramai dimenticato tra i fulgenti lampi di guerra, di industria, di tecnica e tecnologia, di monopoli, imperi e capitali.

              

La scuola e l’istruzione erano diventate più fabbriche che templi: si vendevano meno parole che divani e televisori.
Poi le automobili: l’emblema del viaggio poté impadronirsi dell’old-new economy pre-internettiana in barba a Ulisse.
I giornali diventarono scandalo prima che informazione, i libri evolvettero in propaganda prima che cultura; le fiabe per poppanti s’impressero in libercoli per genitori sprovveduti al modico prezzo di 25 centesimi di dollaro.
Qualcuno ne scrisse. Qualcuno s’ingegnò a pubblicarne, ma furono altri che ne fecero fortuna.
Ciò che Dante imbrattò con penna d’oca su velli di cartapecora, Hemingway stampò con una Royal Quiet de Luxe su lisci fogli di cellulosa compressa, ma sempre usando lo stesso ingrediente espressivo: la parola.

Verso una definizione di scrittura creativa

Ebbene potremmo sintetizzare la Scrittura Creativa come l’uso artistico dell’ingrediente “parola”; ingrediente – sapientemente amalgamato – a comporre un luculliano vassoio imbandito per cena.
O per pranzo.
Oramai è finito il tempo in cui si scrive di getto e d’altrettanto getto si corregge e si compone. Il tempo dell’istinto e dell’ispirazione son ricordi passati, ricordi dimenticati all’ombra della cadenza, del ritmo, dello stile, della neurolinguistica, della timeline, della scena, della backstory e del profilo psicologico degli attori.
Una Scrittura che di Creativo ha ben poco a parte la fantasia di chi, meschino, ad essa s’accosta.

“Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare”

– Ernest Hemingway

La Scrittura Creativa ha delle regole, ha delle tracce e dei semi, ha sviluppi cadenzati e precise tempistiche d’espressione.
Ha parole preconfezionate, frasi stilizzate, inquadrature prestabilite; è il cinema di chi non conosce cinepresa, è la regia senza Dolly e senza vezzi irrazionali d’attori capricciosi.
L’one-man show, in bianco e nero, dove attore, narratore, teatro e pubblico involvono tra le pieghe encefaliche d’un solo cervello.
La Scrittura Creativa è disciplina, ripetizione, comprensione. Per alcuni di noi poco avvezzi alla scienza, è addirittura peggiore della matematica.

Eppure …

povero me e poveri voi, la Scrittura Creativa è anche il miglior modo per poter esporre la fantasia in versi, le scene in parole e il genio in invenzione.
Non ha senso per un sedicente/provetto/aspirante scrittore fantasticare di qualcosa se poi non la riesce a condividere; è di fatto la condivisione del pensiero a trasformare un noioso sognatore in un autore emergente.
Dopotutto i metodi della Scrittura Creativa hanno lo scopo di rendere più agevole il lavoro manuale di chi, notoriamente, è più bravo a operare d’ingegno e di fantasia: perché non abusarne?

Compreso il metodo – e la regola sottesa – s’improvvisa l’eccezione. La tecnica s’impasta con l’arte; qualcuno ne studia, qualcuno ne parla, ma nessuno infine ne capisce.
Era solo il 1936 quando, nello Iowa Writing Workshop, s’iniziava a insegnare la Scrittura Creativa.

         
Attenzione: il Libro di Georges Polti “The Thirty-Six Dramatic Situations” non è reperibile in lingua italiana. La versione inglese proposta è la più semplice da leggere.

Trentatré anni dopo, quale novello Cristo morente, Tzvetan Todorov coniò invece un neologismo dal sapore di più austera dottrina che di tiepido e sapido studio del componimento: la Narratologia.
Qualche errabondo burlone pensò che Scrittura Creativa e Narratologia fossero la stessa cosa chiamata con nomi diversi, ma sbagliava.
“E’ roba russa. E’ roba americana” Diceva.
Come se la cultura fosse mai stata una guerra fredda.
Come se in una guerra, a parte gli imbecilli, potessero esserci mai stati vincitori o perdenti.

Si conquistano primati e record, si scalano vette e montagne e allo stesso modo si raggiunge fama e successo.
Si vincono premi.
Ma non si vincono le guerre. No. Lì non vince mai nessuno.

L’arte del “bello scrivere”

L’arte dello scrivere, del bello scrivere, l’arte del teatro, della poesia e – perché no? – l’arte del cinema, pittura, scultura, danza sono incanto e diletto per lo spirito e per l’umore e, per carità, son composti da ingredienti e sostanze anch’essi, ma – con buona pace della Narratologia – son più simili a perdute alchimie che saporite ricette di cucina.
Son parole, suoni e immagini. Son luci e colori. Son pensieri e immaginazione. Son matrici arbitrarie farcite di semi fantastici e fantasiosi.
Ma cosa accadrebbe mai se qualcuno potesse catalogare questi semi, trarne uno schema e scoprirne la ricetta?

Ammesso che esista una ricetta, ammesso che esista uno schema, non è il più grande terrore del mago quello di vedersi svelare i trucchi?
V’è mai capitato di vedere la Tosca in qualche buon Teatro dell’Opera? Vi ricordate la prima volta che ne foste spettatori?
Vi ricordate del povero Cavaradossi di fronte al plotone d’esecuzione, e l’energica Tosca in piedi sulla balaustra di Castel Sant’Angelo?
Che effetto vi fece veder, infine, l’uno fucilato e l’altra volare nell’abisso?
Che sia stato bello o che sia stato brutto, è stato comunque un effetto unico e irripetibile: conservatelo gelosamente nella memoria.
Ecco la magia, l’ingrediente, l’effetto dell’alchimia.
La sorpresa: l’inatteso “ah, ecco!” al termine d’una scena o al dipanarsi d’un intreccio.

“Ero solito portare una pallottola nel taschino, all’altezza del cuore. Un giorno un tizio mi tirò addosso una Bibbia, ma la pallottola mi salvò la vita.”

– Woody Allen.

Le repliche, poi, avrebbero perso tutta l’estasi del mistero e della sorpresa. Ma non la magia: riveder la Tosca – o quel che più vi piace – è sempre un’esperienza meravigliosa.
Ecco dove la Scrittura Creativa e la Narratologia affondano i medesimi intenti.
La prima ricerca metodi e ricette per costruire (e ri-costruire) il primigenio effetto di mistero, lo svelarsi dell’intreccio all’incedere della trama attraverso la cadenza del ritmo, il ripetersi dei fatti e lo stile del linguaggio.
La seconda, semplicemente, cerca di comprendere come – qualcuno e talvolta – abbia fatto a riuscire nell’intento.

Le magie della narrazione

La magia si spezza se muore la sorpresa, se l’inatteso diviene atteso.
Sovente si scherza su una battuta – oramai abusata – sull’ingenuo che segue pedissequo ogni replica di “Giulietta e Romeo” solo perché spera di vedere, prima o poi, i due innamorati convogliare a nozze.
Ma la narrazione è questa: è l’inatteso che illude, per poi deludere, e infine manifestarsi attraverso una bizzarra allegoria.
C’è chi lo chiama “Colpo di Scena“, ma i Metodi della Scrittura Creativa di John Truby insegnano che esistono almeno cinque tipi di colpi di scena (e son tutti basati sulla sorpresa di qualcuno).
D’altra parte è solo attraverso lo studio Narratologico della letteratura che il buon Truby è riuscito a capire cosa fosse e di quali ingredienti potesse comporsi un Colpo di Scena: uno o più attori, uno spettatore e un fatto svelato che qualcuno o tutti ignoravano.

La suspense, ad esempio, è un effetto ben scandito da un metodo, molte regole e pochi ingredienti: non a caso gli scrittori raccontano di un mostro sanguinario in cantina, e di un bambino ignaro che vuole curiosare in casa iniziando dalla soffitta.
Ma che succederebbe se in cantina ci fosse un bambino sanguinario e a curiosare in casa fosse un mostriciattolo ignaro?

E così Scrittura Creativa e Narratologia non si son mai divisi nessuna medaglia. Nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di iscriversi nel quadro d’una definizione. Entrambi hanno preso distanza e differenza l’uno dall’altro, ma si son ben guardati dal dividere o condividere confini.
Si son fusi e trasformati in complementi.
L’uno dell’altro. L’altro dell’uno.
Se nessuno insegnasse a scrivere libri, nessuno potrebbe studiarne le pragmatiche.
Se nessuno studiasse le pragmatiche dei libri già scritti, nessuno potrebbe insegnare a scrivere libri migliori.


Quindi, qual’è la differenza?

Non so se esiste una differenza dottrinale tra Scrittura Creativa e Narratologia, ma posso scrivervi la mia personale visione.
Posso e voglio credere che la Scrittura Creativa sia un’occhio critico puntato sulle fantasie informi, sulle storie ancora da scrivere, sui libri da inventare, sui personaggi da far nascere e muovere in un mondo intangibile. Un mondo senza mondo. Terra impalpabile nella quale non si sprofonda e dalla quale non si cade: un piano d’appoggio virtuale per fantasmi in attesa d’esser scacciati.
Posso e voglio credere, altresì, che la Narratologia sia lo studio di ciò che è già stato scritto, delle storie già inventate, degli effetti e delle risultanti. Uno studio postumo. Succedaneo. Fantasmi riesumati dai cadaveri di attori morti per mano del maggiordomo.
L’uno serve all’altro e l’altro serve all’uno, senza soluzione di continuità.

Apprendiamo regole da ciò che è stato scritto, poi le applichiamo attraverso i metodi a ciò che deve essere ancora scritto.
Una volta scritto, verifichiamo.
Compariamo se il metodo ha assolto la regola e se la regola ha assolto lo scopo. In caso positivo ne facciamo un dogma, in caso negativo ricominciamo da capo come fosse una storia senza fine, lunga quanto questo povero piccolo pallido mondo.

    

Ma quando si padroneggiano tutte le regole note e se ne conoscono limiti e confini, e si ha il coraggio di osare, di capovolgere o di stravolgere, di sperimentare, di coinvolgere e di combattere, allora nasce l’acme, l’apice ed apogeo di una pazzesca e inspiegabile combinazione di fattori che non si sa se attribuire a dote, destino o fortuna.
Qualcuno lo chiama genio.
Altri, immortalità.

“Il dilettante è definito come un’immaturazione dell’artista: uno che non può – o non vuole – innalzarsi sino a dominare una professione”

– “La camera chiara”, R. Barthes.

Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di Max Hermann se fosse nato in questo secolo.
Mi chiedo se da qualche parte sia rimasta una sola piccola giustificazione alla fortuna dell’inetto.
Mi chiedo, infine, che diavolo di fine ha fatto quella sana alchimia di talento, follia e improvvisazione che fece di Mozart un “mozart“?

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